Antonio Capuano, ritratto di un regista e del suo amore infinito per Napoli

Dal 1991 il cineasta partenopeo racconta i mille volti e luoghi della sua città. Il suo esordio con Vito e gli altri fu una folgorazione. Una filmografia nel segno dell’indipendenza

Tra i cineasti più imprevedibili del cinema italiano, nel senso di mettersi in gioco senza sosta, di ricominciare ogni volta come se si trattasse di un esordio, ancora oggi, all’età di 76 anni, Antonio Capuano ha portato per la prima volta sul grande schermo il proprio sguardo sovversivo, e felicemente non classificabile in gabbie pre-ordinate, nel 1991 quando firmò il suo primo lungometraggio, Vito e gli altri. Fu un’epifania, la folgorante opera prima di un autore nato a Napoli il 9 aprile 1940 e arrivato tardi al cinema, quando aveva 51 anni e un’ampia esperienza, sfruttata benissimo nei suoi film, come scenografo al Centro di Produzione Rai di Napoli. Erano gli anni, i Novanta del secolo scorso, di quella che venne definita la “nouvelle vague” partenopea (tra i nomi di spicco, Mario Martone, Pappi Corsicato, Giuseppe M. Gaudino). Capuano vi entra con un testo che colpisce gli occhi e lo stomaco, che osserva una cruda e crudele quotidianità fatta di povertà, disagio e scelte estreme, protagonista il dodicenne Vito e la sua deriva nella baby criminalità.

Non era facile replicare quell’esordio (scandalosamente mai uscito in dvd), che vinse la Settimana internazionale della critica della Mostra di Venezia. Ma Capuano ci riuscì e nel 1996 realizzò il suo secondo lungometraggio, che fu in concorso a Venezia e vinse un David di Donatello, Pianese Nunzio, 14 anni a maggio. Un altro lavoro coraggioso, duro, con il quale il regista affrontava un argomento scomodo come quello della pedofilia tra i preti: un parroco, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, ha una relazione con un ragazzino di strada. Il cinema mai riconciliato di Antonio Capuano avanza. Il rigore morale ed espressivo dell’autore è alto ed esemplare. Ed ecco, dopo l’episodio Sofialorén del film collettivo I Vesuviani (1997) e la commedia a episodi Polvere di Napoli (1998), evidente omaggio a L’oro di Napoli girato da Vittorio De Sica nel 1954, un’altra svolta nella filmografia di Capuano: Luna rossa (2001), uno dei suoi film-faro, un’esplosione di tonalità cromatiche e di tensione tragica per rileggere, nel contesto delle guerre di camorra, l’Orestea di Eschilo. Nel successivo La guerra di Mario (2005), Capuano disegna un intenso ritratto familiare allargato che ruota attorno al personaggio del bambino Mario, dei suoi nuovi genitori (la nuova madre è Valeria Golino, attrice fuoriclasse fin dagli anni Ottanta), che lo hanno avuto in affidamento dal tribunale dei minori, e della madre naturale che non si ostina a perderlo.

Napoli e i suoi strati sociali, ancora e sempre nell’opera di Antonio Capuano. Li ritroviamo - dopo la parentesi sperimentale di Giallo? (2009), girato nell’ambito delle attività dell’Ateneo del Cinema e della Televisione di Roma a Napoli, negli spazi dell’Accademia delle Belle Arti diretta dal regista, e a Torino - ne L’amore buio (2010), storia di uno stupro collettivo, di una prigionia, di un pentimento, di tentativi di ritorno alla normalità. Film dopo film Capuano, pittore oltre che cineasta, sceneggiatore e autore per il teatro, ha scolpito le tessere di un monumentale mosaico urbano con l’ostinazione e l’indipendenza che da sempre lo contraddistinguono.

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